Già nei primi anni del Novecento scienziati ed ecologi hanno cominciato a parlare di agroecologia, riferendosi all’utilizzo di principi ecologici nella coltivazione della terra. Negli anni ’70 questo concetto ha acquisito anche un significato più “politico”, grazie alla spinta dei movimenti contadini che si opponevano alla Prima Rivoluzione Verde imposta dal comparto politico-industriale. Oggi i danni dell’industrializzazione dell’agricoltura sono ormai ben evidenti: crollo della biodiversità, desertificazione dei suoli, inquinamento delle acque e aumento delle emissioni di gas serra.
L’agroecologia promuove un paradigma alternativo di sviluppo, basato su forme di produzione più solide dal punto di vista ecologico, biodiverse, resilienti, sostenibili e socialmente giuste. Essa cerca di facilitare le interazioni positive tra le piante, gli animali, gli esseri umani e l’ambiente, costruendo sistemi alimentari socialmente equi in cui le persone possano decidere orizzontalmente come alimentarsi e come (e dove) debba essere prodotto il cibo. Essa può ovviamente comprendere forme di agricoltura biologica, ma non si identifica completamente con i suoi metodi: esistono infatti sistemi di agricoltura biologica gestiti come monocolture, che diminuiscono la biodiversità e che sono a loro volta dipendenti da input esterni e producono soprattutto commodities da esportare sul mercato internazionale. Questi modelli non sono agroecologici anche perché non tendono a considerare l’azienda in un’ottica il più possibile circolare e inserita in un mercato prevalentemente locale o regionale.
L’agroecologia è quindi non solo un ventaglio di tecniche agronomiche che favoriscono la conservazione e l’aumento della biodiversità, la rigenerazione del suolo e la sostenibilità delle colture, ma si è trasformata anche in uno strumento per cambiare i rapporti di potere nella società, valorizzando la dignità del lavoro, privilegiando i mercati locali e il territorio rispetto al profitto e al commercio mondiale, e considerando il cibo un diritto e la sua produzione una prerogativa delle comunità.
L’agroecologia può quindi essere intesa come una scienza, un complesso di pratiche e un movimento sociale che ha obiettivi di autonomia, sufficienza, autorganizzazione orizzontale, mutualità reciproca, equilibrio dinamico con le capacità di carico ecologico, simbiosi socio-ecologica e lotta per la difesa dei diritti dell’autonomia organizzata, che considera l’economia del cibo in funzione del rispetto del territorio e del contesto sociale, nel tentativo di curare allo stesso tempo i processi di produzione degli alimenti, l’ecosistema e la comunità.
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