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No-OGM

Bio bio bio… dove sei?

Tutto ha origine con la pericolosa operazione che, tentando di modificare l’impianto normativo attuale nell’Unione Europea, permetterebbe la coltivazione degli organismi geneticamente modificati e brevettati nei territori degli stati membri semplicemente cambiandone il nome.
Sostenendo l’improbabile tesi che TEA non è OGM.

Come Gruppo di Lavoro “No-OGM/TEA” di Cambiare il Campo stiamo attuando mobilitazioni in opposizione  alla proposta di deregolamentazione con varie iniziative.

Il nostro paese, come purtroppo è consuetudine, si propone sempre in prima linea al sostegno spudorato del capitale finanziario neoliberista che in questo caso si sta cimentando nella conquista del genoma privando quel che resta del mondo contadino della capacità/possibilità della selezione naturale delle proprie sementi, peraltro storicamente effettuata liberamente e gratuitamente.

Da non trascurare anche la completa assenza sia di un dibattito che di un sano principio di precauzione che la manipolazione genetica dovrebbe avere prima di introdurre novità così profonde nella nostra catena alimentare e quindi nell’ecosistema.

L’ITALIA ha autorizzato, per la prima volta, la sperimentazione in campo del materiale geneticamente modificato con il plauso di buona parte del mondo della ricerca (sempre più specializzato nella “ricerca” si, ma dei fondi necessari alla sua sussistenza), della politica sia conservatrice che progressista, di Coldiretti, CIA e Confagricoltura e della GDO (Grande Distribuzione Organizzata) nella sua perenne ricerca dell’ampliamento dei propri profitti come “sviluppo” esige.

A questo quadro che conosciamo bene e sul quale non ci dilunghiamo, già molto altro materiale è disponibile, si è aggiunto un particolare significativo, agghiacciante e purtroppo in linea con questi tempi iperinformati dove la disinformazione regna.

Mentre venti anni fa non ci saremmo mai neanche sognati di piantare o seminare OGM in pieno campo oggi nella lista delle aziende agricole che si propongono per attuare la sperimentazione (alcune hanno già ottenuto l’ok dal ministero) ci sono addirittura aziende certificate biologiche.

L’ Azienda Agraria sperimentale STUARD di Parma vuole sperimentare in pieno campo pomodori OGM ottenuti dal CREA di Pontecagnano e  VITITALY con sede a Padova vuole sperimentare in pieno campo vitigni OGM ottenuti da una azienda privata creata da ricercatori dell’Università di Verona.

E’ su questa pericolosa mostruosità che come gdl di Cambiare il Campo ci siamo attivati (per il momento) con una iniziativa di mailbombing.

E’ inammissibile che si stia percorrendo la strada mistificatoria nella quale si associa il mondo del  biologico certificato con le tecniche di manipolazione genetica. La narrazione tossica secondo la quale le New Genomic Techniques (NGT) siano altro rispetto agli OGM e pertanto siano addirittura accostate e incluse nelle buone pratiche delle coltivazioni biologiche è da respingere decisamente.

Sono state scritte centinaia di mail alle due aziende in questione invitandole gentilmente ma con fermezza a desistere dalla loro intenzione di sperimentare nei loro campi colture OGM/TEA .

L’Azienda VITITALY che è interamente certificata biologica tace, non ha dato il minimo riscontro alle nostre mail. Probabilmente attende di vedere gli sviluppi di questa contestazione.

L’Azienda STUARD invece ha risposto a quasi tutte le mail ricevute e sostiene la propria scelta giustificandosi in base al fatto che l’azienda, storicamente impegnata nella sperimentazione, ha solo una parte della superficie certificata biologica, il resto è in colture convenzionali e che la sperimentazione OGM/TEA avverrà ovviamente nella parte “convenzionale”.

Qua si apre un’importante questione sulla natura stessa del “biologico certificato” e se sia corretto considerare l’approccio produttivo come una sorta di impegno ecologista che tende ad investire, o sottrarre, più territorio possibile all’agrobusiness chimico e petrolifero e ora anche privatizzatore del vivente o semplicemente un valore aggiunto per poter “piazzare” in modo più redditizio i propri prodotti sul mercato.

La pretesa di poter separare le colture ingegnerizzate da quelle biologiche con semplici accorgimenti come le barriere frangivento, le zone di rispetto e la “giusta” distanza fra loro suona come una enorme assurdità. Le dinamiche elementari di un qualsiasi ecosistema escludono in modo categorico questa possibilità, anche su scala planetaria, figuriamoci su appezzamenti contigui.

E’ addirittura imbarazzante vedere come questa forma di riduzionismo pseudo scientifico messo in atto da tutti gli attori di questa incresciosa vicenda coinvolga in modo così evidente tutti i portatori di interesse che il sistema dei potentati economici ha coinvolto e legato ai propri obbiettivi.

Dalla ricerca pubblica e privata fino alle aziende passando dalle organizzazioni sindacali di categoria (Coldiretti,CIA e Confagricoltura) e, nel caso del biologico, anche dagli enti certificatori.

Ed è proprio verso questi che adesso rivolgiamo la nostra mobilitazione.

Vogliamo che queste sperimentazioni in pieno campo non si facciano in nessun caso.
Vogliamo che sulla tematica della manipolazione genetica e sui suoi brevetti venga aperto un dibattito pubblico.
Vogliamo che gli organismi di informazione diano voce al dissenso.

Ma in special modo nei confronti delle aziende certificate biologiche:

Vogliamo che gli enti certificatori si pronuncino pubblicamente e che ritirino la certificazione a chi non rispetta le regole fondamentali dettate da IFOAM, la quale si sta battendo perché sia chiaramente ribadito nella normativa comunitaria che tali tecnologie siano bandite dal biologico senza alcuna ambiguità.

 

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No-OGM

Comuni liberi da OGM vecchi e nuovi

Lunedì mattina 13 gennaio 2025 incontro presso l’ “IIS Costanzo” di Decollatura (CZ) che vedrà coinvolti oltre agli autori del libro “Perché fermare i nuovi OGM?” Francesco Paniè e Stefano Mori del Centro Internazionale Crocevia anche esponenti dell’ARSAC, del Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’Unical e figure appartenenti all’ambito medico.

I Sindaci stessi verranno invitati ad approvare una Delibera in Consiglio Comunale proposta dal Centro Internazionale Crocevia e da ARI (Associazione Rurale Italiana) con la quale ogni Comune si impegna a dichiararsi libero da “OGM vecchi e nuovi”. L’idea di delibera arriva proprio nel corso di una mobilitazione che vede, in Italia e in Europa, movimenti contadini e associazioni del biologico impegnati nel contrastare la deregolamentazione europea, che cancellerebbe gli obblighi di tracciabilità, etichettatura e valutazione del rischio per i nuovi OGM, ribattezzati in Italia con il nome di TEA (Tecniche di Evoluzione Assistita). Un’operazione rischiosa, attenzionata dalle Agenzie della Salute di diversi Stati Europei.

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Attualità No-OGM

Incontri NO-OGM in Piemonte, gen/feb 2025

Il Piemonte inizia il 2025 con 5 importanti incontri per informare, sensibilizzare e dibattere sui “nuovi OGM.

A Canelli, il 15 gennaio, presentazione del libro Perché fermare i nuovi OGM, a cura di ARI

Ad Alessandria, il 16 gennaio, altra presentazione del libro, a cura di ARI

Al Campus Einaudi, il 17 gennaio, dibattito sui “nuovi OGM” con Daniela Conti (biologa) e Cristina Peano (DiSAFA), moderatore prof. Padovan a cura di Statale 590. Nella locandina il link per partecipare alla diretta streaming.

A Monteu da Po, il 18 gennaio, assemblea pubblica con Francesco Paniè e Daniela Conti, a cura di Statale 590.

Al’interno della Babele di semi, il 2 febbraio a Cascina Roccafranca a Torino, incontro pubblico con Luca Colombo (segretario nazionale Fondazione Italiana per la Ricerca in Agricoltura Biologica), Francesco Paniè (Crocevia), Roberto Schellino (circolo ARCI Rosa Luxemburg) a cura di ASCI.

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Dicono di noi No-OGM

GreenMe 02/01/2025

Due aziende biologiche, l’Azienda Agraria Sperimentale Stuard di Parma e Azienda Vititaly di Padova hanno dato la disponibilità ad ospitare e prime sperimentazioni di nuovi OGM.

Coldiretti è a favore, mentre Aiab e Federbio si oppongono a qualsiasi connessione tra i nuovi OGM e l’agricoltura biologica.

La Ong Centro Internazionale Crocevia si è attivata e critica aspramente queste iniziative.

Cambiare il Campo! per la Convergenza Agroecologica e Sociale ha lanciato un’iniziativa per invitare le aziende coinvolte a rivedere la loro decisione.

Leggi qui l’articolo completo originale.

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Agroecologia

Agroecologia Trasformativa

Quali coordinate per una agroecologia trasformativa?

Gruppo di Lavoro Conoscenza di Cambiare il Campo

Questo testo nasce dall’esigenza di iniziare a definire una cornice politico-culturale entro cui un processo di Convergenza Agroecologica e Sociale – di cui Cambiare il Campo si fa promotrice – possa dispiegarsi in maniera efficace. Si tratta di un primo tassello per chiarire meglio i contorni del concetto di agroecologia e per capire in che modo esso possa rappresentare un terreno di attivazione sociale e iniziativa politica.

Nel fare questo non partiamo certamente da zero. L’agroecologia è un concetto ormai molto diffuso, attorno al quale negli anni si è sviluppato un grande dibattito sia in ambiente accademico che nelle reti e nei movimenti sociali. Abbiamo quindi a nostra disposizione un vasto patrimonio di contributi, riflessioni, chiavi di lettura a cui fare riferimento.

Come orientarsi però in uno scenario così variegato? Dove cercare una concettualizzazione dell’agroecologia che faccia da filo a piombo per la convergenza che vogliamo costruire?

È possibile utilizzare alcuni riferimenti chiave come punti di partenza. A fronte dell’ampiezza del dibattito, infatti, si è assistito in anni recenti a diversi tentativi di definizione da parte di diversi attori internazionali. In particolare, tre autorevoli documenti compendiano e raccolgono, a partire da punti di accesso diversi, le principali acquisizioni che l’agroecologia ha prodotto nel corso della sua storia:

  • 11 pilastri della Dichiarazione di Nyélény (2007), che rappresenta il punto di vista dei movimenti sociali e delle organizzazioni che hanno fatto dell’agroecologia un terreno di iniziativa politica.
  • 10 elementi dell’agroecologia FAO (2018), che rappresentano la chiave di lettura e la definizione istituzionale dell’agroecologia;
  • 13 principi di agroecologia (2019) elaborati dall’High Level Panel of Experts on food security and nutrition (HLPE), organismo scientifico indipendente che opera nell’ambito del Committee on World Food Security (CFS) delle Nazioni Unite. I 13 principi possono essere per certi aspetti considerati la summa delle riflessioni del mondo accademico e scientifico rispetto all’agroecologia;

In tutti e tre i documenti l’agroecologia viene descritta come un approccio multidimensionale che, pur muovendo dall’applicazione di principi ecologici alla produzione agricola e alla progettazione degli agroecosistemi, arriva in realtà a coinvolgere tutte le componenti dei sistemi alimentari (mercati, sistemi di conoscenza, processi economici, modelli di consumo, governance, ecc.).

Nel porsi in questa prospettiva ciascuno dei documenti citati pone inevitabilmente l’accento su alcuni aspetti particolari, riflettendo il contesto in cui è stato prodotto e le priorità che i soggetti che lo hanno redatto (istituzioni, mondo scientifico, movimenti sociali) perseguono.

Emerge in modo chiaro, per esempio, che i 10 elementi e i 13 principi rappresentano, pur con sfumature diverse, dei tentativi di rendere operativa l’agroecologia. Alla base vi è l’identificazione di una serie di indicatori che consentono fra l’altro di valutare la reale coerenza di processi e pratiche produttive, sociali ed economiche con il quadro proposto e di progettare interventi concreti. Nel fare ciò riservano inevitabilmente un più ampio spazio alle dimensioni tecnica e produttiva (agroecologia come scienza e pratica). La dichiarazione di Nyélény, invece, è più simile ad una piattaforma di movimento e approfondisce maggiormente la dimensione socio-politica, mettendo l’accento sui diritti dei produttori e delle comunità; sul loro rapporto materiale, culturale e spirituale con la terra e il cibo; sulla gestione democratica e partecipativa dei sistemi alimentari; sulla creazione di processi economici orientati alla giustizia sociale; sul contrasto alle relazioni di potere che pervadono il modello agroindustriale (agroecologia come movimento).

Ciò che proponiamo, dunque, è la lettura congiunta ed integrata di questi insieme di principi. In tal modo riesce ad emergere la potenziale complementarità fra i tre approcci nella misura in cui ciascuno di essi approfondisce gli aspetti su cui meno si soffermano gli altri. In questo modo lo spazio all’interno del triangolo ai cui vertici si collocano i tre documenti può divenire un terreno fertile per la costruzione di narrazioni, pratiche e mobilitazioni in chiave agroecologica.

La forza di un simile approccio sta nella possibilità di integrare le diverse dimensioni dell’agroecologia in modo da poter porre l’accento su ciascuna di esse e di agire a diversi livelli di scala (dalla singola unità produttiva fino al sistema alimentare globale) senza rinunciare ad uno sguardo olistico e sistemico. Così, per esempio, anche quando ragioniamo in modo specifico di pratiche produttive capiamo immediatamente come esse non risolvano in sé tutte le implicazioni che la transizione agroecologica richiama, ma come possano invece rappresentare la base di una trasformazione del sistema alimentare che richiede interventi su più livelli. Tutto ciò ci tiene lontani dalle secche di una visione tecnocentrica dell’agroecologia, da quegli approcci, cioè, che tendono a minimizzarne le componenti socio-politiche nel tentativo di ridurla ad un mero repertorio di pratiche agronomiche a cui attingere per mitigare gli impatti negativi del sistema alimentare industriale senza però metterlo in discussione.

L’agroecologia a cui guardiamo ha invece un carattere fortemente trasformativo e non può che basarsi sull’integrazione tra prassi produttive ecologiche, garanzia di reddito e diritti per i lavoratori e le lavoratrici della terra (siano essi contadini o braccianti salariati), costruzione di relazioni sociali ed economiche eque e solidali tra i diversi attori (rurali e urbani) dei sistemi alimentari, modelli di gestione democratica, modalità partecipative di produzione e condivisione delle conoscenze, nuove forme di attivismo sociale e politico.

Tutto ciò nell’ambito di un più profondo ripensamento della relazione tra le attività umane e la più ampia rete della vita. Si pensi per esempio al suolo, alla cosiddetta Food Soil Web: senza l’interrelazione di funghi, batteri, insetti, microrganismi, radici, mammiferi, anfibi, rettili, volatili e umani coltivatori, non potrebbe darsi agricoltura. La modernità capitalistica ha oscurato questa fondamentale interdipendenza. Dunque, i progetti estrattivi che minacciano interi gruppi umani, minacciano al contempo milioni di esseri viventi, che vanno da qualche micron a qualche metro di grandezza. La nuova lotta politica non può che configurarsi come una gioiosa alleanza multi-specie. ​​​​​​​

È importante sottolineare che lo spazio politico dell’agroecologia definito in questi termini non può essere considerato come un perimetro chiuso, dotato del carattere dell’esaustività. I testi e i principi a cui abbiamo fatto riferimento non esauriscono il dibattito e lasciano aperte tutta una serie di questioni, in particolare per quanto riguarda gli aspetti sociali e politici del paradigma agroecologico. In che modo integrare maggiormente nel dibattito una riflessione sugli aspetti sociali dell’agroecologia? Come sviluppare un legame nel contesto dei dibattiti su genere, transfemminismo e decolonialità?  Quali movimenti possono rappresentare gli alleati e i complici dell’agroecologia? Nel perimetro concettuale e politico che abbiamo tracciato, qual è lo spazio per un urbanesimo agroecologico a fronte di principi e definizioni tarati prioritariamente sulle esigenze del mondo rurale?

Trovare collettivamente le risposte ed integrarle nel nostro repertorio di idee e pratiche è una delle sfide con cui dovremo confrontarci.

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Palestina

LVC ARNA: Solidarity Statement with the Lebanese people, its farmers, villages and steadfast south

La Via Campesina Arab Region and North Africa (LVC ARNA) condemns the heinous attack carried out by the Zionist occupation against the brotherly Lebanese people on September 23, which led to the martyrdom of 492 Lebanese and the injury of more than 1,650 others. During the third week of September, the Zionist entity launched its terrorist war on Lebanon, in densely-populated urban areas, and on agricultural lands. During two days,(September 17,18th) the Zionist entity had booby-trapped and detonated more than 5000 pagers and communication devices. According to Lebanese ministry of health 37 martyrs and more than 2,931 wounded fell as a result of these terrorist attacks.

Leggi tutto il testo originale qui.

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Palestina

Appello International Land Coalition per la Palestina

In Palestine it’s olive #harvesting season again, and International Land Coalition member, the Palestinian Farmers’ Union (اتحاد جمعيات المزارعين الفلسطينيين – Palestinian Farmers Union) has an urgent call to action:

“The olive #harvest, which is an integral part of Palestinian heritage and the main source of income for more than 100,000 #farmer families, is now under threat due to the increasing violence from settlers, perpetrated under the protection and support of Israeli forces.

In the last year’s harvest, and due to settlers’ violence against farmers, 40% of Palestinian farmers were unable to access their land during the olive season, leading to losses totalling up to $25 million.”

Palestinian Farmers’ Union (PFU) Demands:
  1. Immediate International Protection: We demand the deployment of international teams to protect Palestinian farmers during the olive harvest season. The presence of international observers can help deter attacks and provide safety for farmers facing settler violence.
  2. Accountability for Perpetrators: The international community must pressure the Israeli government to hold settlers and their leaders accountable for crimes committed against Palestinian farmers. Impunity only escalates violence and encourages further violations.
  3. Ban on Settlement Products: We call for an international ban on the entry of settlement products into global markets. These products are cultivated on stolen land and produced through illegal means, requiring a firm stand from the international community.
  4. Protection of Palestinian Agricultural Heritage: The #olivetree is not just an economic source; it is a symbol of the Palestinian people’s #resilience. We urge the international community to work to protect this heritage from destruction and distortion.
  5. Humanitarian and Legal Support for Farmers: We call on international organizations to provide legal and humanitarian support to farmers who are attacked, ensuring their right to safe access to their land.

#united4landrights

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Attualità Palestina

Sostegno ai contadini palestinesi. Progetto #farmersforfarmers

Pubblichiamo questo appello ricevuto da ARI


Molti palestinesi sono pescatori, allevatori e contadini resistenti. Da decenni salvaguardano con perseveranza i loro sistemi agricoli e di pesca tradizionali, difendendoli dalla costante erosione operata dal governo e dai coloni israeliani, che non a caso sradicano gli ulivi per sradicare un popolo.

Dall’inizio dell’ultima offensiva genocida nella striscia di Gaza, oltre che la popolazione civile, sono colpite sistematicamente le infrastrutture per la pesca, l’irrigazione agricola e quelle igienico sanitarie. I pescatori sono spesso uccisi se cercano di avventurarsi in mare e gli agricoltori si trovano sotto tiro se cercano di recarsi a fare il loro lavoro (anche nella West Bank, non solo a Gaza).

Nella striscia di Gaza l’esercito ha applicato massivamente diserbanti chimici sulle aree coltivate dai palestinesi, distruggendo piante e fertilità del suolo anche per gli anni futuri.

“Se non ci uccideranno le bombe, ci ucciderà la fame.

Come custodi della terra e popolo indigeno, noi sappiamo che ce la faremo. Tutto ciò che chiedono i contadini e i produttori di cibo palestinesi è che sosteniamo questa loro fermezza. Usano il termine sumud, che significa fermezza, perseveranza. Quando visito le nostre comunità domando sempre: avete richieste specifiche per la comunità internazionale?

Mi rispondono: sostenete la nostra perseveranza.”

Questa è la testimonianza che abbiamo ascoltato direttamente da Yasmeen El-Hasan, responsabile advocacy internazionale dell’Unione dei comitati del lavoro agricolo palestinesi (UAWC) ormai alcuni mesi fa, per questo motivo, da contadini, ci siamo chiesti come supportare i contadini e produttori di cibo palestinesi.

Da questa intenzione nasce la campagna di informazione e raccolta fondi “Farmers for Farmers” aperta a tutti i contadini e/o produttori di cibo che vorranno aderire.

Ogni contadino e/o produttore di cibo può aderire pre-acquistando un numero a sua scelta di adesivi “Farmers for Farmers” da applicare sui suoi prodotti. Per ogni prodotto con il logo potrà quindi chiedere ai propri clienti un contributo di 50 centesimi, in sostegno ai contadini e produttori di cibo palestinesi.

I fondi raccolti saranno inviati all’UAWC che li destinerà in particolare alla locale casa dei semi, in un ideale gemellaggio con il Mulino Polleri – Casa delle Sementi – Monastero Bormida.

È stata scelta quest’azione specifica a sostegno dei contadini attraverso la tutela dei semi locali in accordo con UAWC, poiché proprio i semi sono una speranza e una scommessa nel futuro di un popolo”.

https://www.assorurale.it/2024/08/22/sostegno-ai-contadini-palestinesi/

Per info e adesioni scrivete a info@assorurale.it

Sabato 24 Agosto, giorno in cui La Via Campesina invita all’azione a sostegno del popolo palestinese, durante la Festa Contadina @ Maramao  https://www.assorurale.it/2024/07/27/sabato-24-agosto-festa-contadina-maramao/ presenteremo il progetto #farmersforfarmers a sostegno dex contadinx de اتحاد لجان العمل الزراعي (UAWC) pensato con la Casa delle Sementi della Valle Bormida dopo la visita di Yasmeen El-Hasan, responsabile advocacy internazionale dell’Unione dei comitati del lavoro agricolo palestinesi (UAWC).


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No-OGM

OGM, risaie, sabotaggi e principio di precauzione

I nuovi OGM sono parte del problema, l’agroecologia è la soluzione.

La notte tra il 20 e il 21 giugno il campo sperimentale di riso geneticamente modificato, impiantato dall’Università Statale di Milano e situato in provincia di Pavia, è stato colpito da un atto di sabotaggio e danneggiato.

Ne è seguita una sequela di prese di posizione dai toni particolarmente accesi con richiami all’oscurantismo, al vandalismo, all’ecoterrorismo, alla natura antiscientifica del gesto.

Purtroppo, i mezzi di informazione stanno contribuendo a generare molta confusione, mettendo in ombra sotto questa nube di reazioni scomposte le ragioni di chi da anni porta avanti la battaglia contro la diffusione dei nuovi OGM, che in Italia, per essere resi più digeribili all’opinione pubblica, vengono chiamati con il nome tanto accattivante quanto mistificatorio di TEA (Tecniche di Evoluzione Assistita).

Proviamo a dire due cose anche noi che siano un po’ fuori dal coro.

Innanzitutto, è necessario squarciare il velo di ignoranza su cosa siano questi Tea. Diciamo in primis che si tratta dell’ultimo espediente del sistema capitalistico contemporaneo per tentare di risolvere problemi di ordine sociale ed ecologico con una soluzione tecnica.

Si dice, infatti, che i Tea risolveranno il problema della fame del mondo; che saranno un grande aiuto, assieme alla digitalizzazione delle campagne, per un settore in difficoltà come quello agricolo; che contribuiranno a rendere le colture più resistenti ai cambiamenti climatici, alle fitopatologie e alle conseguenze della crisi ecologica; che, in fondo, sono semplicemente un sistema per velocizzare quelle selezioni varietali che da sempre hanno fatto i contadini.

Innovazione, ci dicono: ci vuole innovazione.

Eppure, a noi sembra che in tutto questo ci sia in atto una volontà politica di nascondere sotto il tappeto i veri problemi della gestione alimentare contemporanea. Questo è il vero oscurantismo con cui dobbiamo fare i conti.

Siamo immersi in un sistema alimentare che spreca e trasforma in rifiuti un terzo dei prodotti, tra logistica, stoccaggio e distribuzione. Che utilizza il 60% delle terre arabili per produrre mangimi per gli allevamenti intensivi o biodiesel. In cui la grande distribuzione di fatto ruba i due terzi del valore di un prodotto al contadino.

È un sistema che per produrre utilizza enormi quantità di energia fossile e materie prime (si pensi alla folle corsa alle terre rare per sostenere il processo di digitalizzazione); che si basa su investimenti senza discernimento in forme di ricerca e sviluppo che, anziché migliorare le condizioni di vita degli agricoltori aumentano la loro dipendenza verso le grandi corporations che controllano e fanno profitti sui mezzi tecnici della produzione (sementi, tecnologie, ecc.). Basta pensare a come gli OGM di vecchia generazione, quelli transgenici, in giro per il mondo hanno legato strettamente l’attività degli agricoltori a quella di Monsanto e delle altre grandi industrie chimiche e sementiere.

Tutto ciò sta dentro una visione di campagna senza contadini, in cui il ruolo e il potere dei produttori è sempre più marginale e la produzione sempre più subalterna agli interessi delle multinazionali. Le stesse aziende che controllano gli input tecnologici promuovono un’idea di campagna sempre più automatizzata e robotizzata, nella quale gli agricoltori rischiano di diventare una variabile dipendente dalla tecnologia, se non addirittura in alcuni casi di scomparire.

Si tratta evidentemente di enormi squilibri che possono essere risolti solo con una profonda e radicale trasformazione in senso agroecologico dei sistemi alimentari. Un taglia e cuci molecolare, come quello su cui si basano i TEA, di certo non può costituire la panacea di tutti i mali; al contrario, all’interno dell’attuale struttura industriale dei sistemi alimentari rischia di rafforzare le posizioni di potere di chi controlla queste tecnologie ed è in grado di brevettare i propri prodotti.

Le nuove tecniche sembrano così rappresentare, più che una transizione ad un sistema sostenibile, un disperato tentativo di rilanciare il modello agroindustriale aggirandone i principali limiti e senza intaccare i paradigmi produttivo e scientifico di riferimento.

Tante sono le incognite con cui ci dobbiamo confrontare in questa fase politica convulsa. Quello che sappiamo è che in tale confusione ogni atto di resistenza che squarci il velo di ipocrisia su questi temi va a vantaggio dell’agricoltura contadina e dell’azione di chi vuole rimettere al centro del dibattito il cibo sano e non il profitto.

Per maggiori informazioni rimandiamo al libro di Stefano Mori e Francesco Paniè, “Perché fermare i nuovi OGM”, 2024, Terra Nuova Edizioni

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Attualità

Satnam Singh

E’ morto Satnam Singh, il trentunenne di origine indiana che lunedì pomeriggio era rimasto coinvolto in un terribile incidente sul lavoro in un’azienda agricola di borgo Santa Maria, nella periferia di Latina.
L’uomo aveva perso il braccio in un macchinario avvolgiplastica a rullo trainato da un trattore, il quale gli aveva schiacciato anche gli arti inferiori ed era stato abbandonato per strada con l’arto tranciato.
Si chiamano “braccianti” come se non avessero altra dignità che quella di essere possessori di braccia per lavorare. Senza un braccio, sono da buttare via, e così è stato.

E’ accaduto nel Pontino ma tante sono le storie simili, di braccianti nelle campagne e nelle serre, da nord a sud della penisola,

Gli incidenti sul lavoro, nelle campagne come nell’edilizia, nell’industria, nell’allevamento, nella logistica, nella ristorazione, tra i rider e ovunque, sono una piaga sempre e per chiunque.

Per chi lavora in nero, la tragedia però è doppia, perché risultando “invisibili”, non pagando il datore per loro i contributi di legge, non hanno nessuna assistenza sanitaria, ed il datore, per evitare problemi, appena accaduto l’incidente, se ne deve disfare alla menopeggio al più presto, per evitare sanzioni in caso di sopralluoghi.

Però la tragedia è tripla per chi, oltre a lavorare in nero, è anche senza permesso (e se non hai un permesso di soggiorno, per questa legge schifosa non puoi essere assunto regolarmente).

Questi sono i preferiti dai datori di lavoro senza scrupoli perché, ancora più de* lavorator* in nero di cittadinanza italiana, sono i più facilmente ricattabili, cui applicare salari da fame e condizioni disumane senza che si possano lamentare o reclamare diritti, per timore di essere trovati senza permesso e magari portati in un CPR.