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Palestina

Il cibo come elemento identitario e di resistenza

Il cibo è nutrimento, ma è anche un potente veicolo di identità culturale.
Le ricette, i sapori, i rituali alimentari sono strettamente legati alla storia, alla cultura, alle tradizioni e alle radici di un popolo.
E così l’appropriazione del cibo diventa uno degli strumenti in mano all’occupante che voglia appropriarsi dell’identità di un popolo da sottomettere, annientare e cancellare.

L’appropriazione del cibo nel caso specifico del conflitto israelo-palestinese

  • Creazione di una falsa narrazione

Presentando piatti tradizionalmente palestinesi come “israeliani”, si contribuisce a creare una narrazione storica che sminuisce il contributo culturale dei palestinesi ed esalta l’identità israeliana (

  • Sottrazione di un elemento di orgoglio nazionale

Il cibo è un simbolo di orgoglio e resistenza per i palestinesi. Privarli di questo elemento significa indebolire la loro identità e la loro capacità di affermare i propri diritti.

  • Strumento di normalizzazione dell’occupazione

Presentando l’appropriazione del cibo come una forma di “condivisione culturale”, si cerca di normalizzare l’occupazione militare israeliana e di nascondere le disuguaglianze e le ingiustizie che ne derivano.

Come si manifesta l’appropriazione del cibo

  • Ridenominazione dei piatti

Piatti tradizionalmente palestinesi vengono ribattezzati in Israele con nomi ebraici o più generici, cancellandone così le origini. E viene aggiunto al nome originale l’aggettivo “israeliano”.  Quindi non più “falafel” ma “Israeli falafel”, come dire che entri in ristorante a Roma e chiedi “una carbonara all’italiana”… eh che, la volevi portoghese?

  • Commercializzazione del cibo

I piatti palestinesi vengono commercializzati su larga scala, senza riconoscere la loro provenienza e sfruttando il lavoro dei palestinesi e le terre dalle quali sono stati cacciati. Datteri, agrumi, tutto.

La colonizzazione ci ha preso 11 migliaia di miliardi di dollari di proprietà, fra case, terre ecc. Come i Bantu in Sudafrica, che erano dipendenti dall’economia sudafricana perché erano sotto assedio e non potevano produrre e importare il loro cibo, noi ora siamo nella stessa situazione. Israele guadagna 12 miliardi di dollari all’anno tenendo l’economia della Cisgiordania in ostaggio. E questa cifra non tiene conto del saccheggiamento delle risorse naturali: acqua, minerali del Mar Morto, petrolio e gas naturale sulla costa del Mediterraneo, in acque palestinesi. Anche escludendo le terre occupate nel 1948, il gas naturale nel Mediterraneo e nelle acque al largo della striscia di Gaza, che è stata occupata nel 1967.”
(intervista di Mazin Qumsiyeh a Irene Ivanaj qui completa in originale)

  • Utilizzo del cibo nella propaganda

Il cibo viene utilizzato come strumento di propaganda per promuovere un’immagine positiva di Israele e per delegittimare le rivendicazioni palestinesi.

La resistenza palestinese attraverso il cibo

Nonostante questi tentativi di appropriazione, i palestinesi resistono attivamente.

  • La valorizzazione della cucina tradizionale

I palestinesi promuovono e celebrano la loro cucina attraverso libri di ricette, festival del cibo e iniziative online.

  • La creazione di reti di solidarietà

Si creano reti di produttori e consumatori per sostenere l’agricoltura palestinese e garantire l’accesso a prodotti locali.

  • L’utilizzo del cibo come strumento politico

Il cibo diventa un simbolo di resistenza e di lotta per la giustizia sociale.

In conclusione

L’appropriazione del cibo è un aspetto complesso e multiforme. Attraverso un’analisi approfondita di questo fenomeno è possibile comprendere meglio le dinamiche di potere e le strategie utilizzate per annientare l’identità del popolo sottomesso (da una parte) e per mantenere e rafforzare la propria identità (dall’altra).

Leggi qui l’articolo completo originale di Rima Najjar

 

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